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Vecchio 23.06.2012, 11:03
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predefinito Squadra Demolizioni

Un po' più lungo, ma secondo me vi piace...

Squadra Demolizioni

Clive uscì dal vecchio bar.
Il tramezzino in bocca e dieci caffé senza zucchero nello stomaco. Praticamente, una caraffa di mescalina amara.
Non sapeva come avrebbe fatto, altrimenti, a reggere il ritorno alla vita lavorativa.
Si era preso due mesi tutti per lui, quelli di fine autunno che non interessano mai a nessuno, ed era letteralmente sparito. Nessun recapito, nessuna telefonata.
Cancellato dal mondo per sessanta giorni.
Del resto, Clive non aveva nessuno da chiamare, per dire che andava in vacanza. La moglie lo aveva piantato in asso tre anni prima, dopo un calvario matrimoniale durato fin troppo. I due figli, rimasti con la strega, venivano su come autentici stronzi.
Capirai. Ci avrebbe scommesso le palle.
Forse aveva aspettato tutta la vita solo per quello. Ormai ne era certo, la solitudine è il benesse migliore che si possa desiderare. Nessuno che ti rompe le palle se lasci i cartoni della pizza in giro per casa.
Il giorno che Ellen sparì dalla sua vita, si prese una ciucca di quelle da stare in orizzontale per una settimana.
La libertà sa di kebab e di birra da quattro soldi.
Squadrò la vecchia palazzina rossa innanzi a lui, dalle fondamenta fino all'orribile tetto in stile europeo. Non era cambiata di un mattone, da quando era partito per la sua splendida vacanza di solitudine.
Lo stomaco gli si strinse come il cappio di un condannato alla forca.
Erano ormai sei anni che aveva trovato lavoro presso la Efesus 612, celebre ditta di demolizioni di NewYork. Sei anni di esplosivi e detonatori, con i quali far saltare in aria le vecchie scorie inutili della città.
Clive non amava il suo lavoro. Tuttavia, non riusciva nemmeno ad immaginarsi in un altra situazione, senza un pano di plastico in mano e qualcosa da spedire nell'alto dei cieli.
Come in Afghanistan, così in patria.
Prima di finire in quella colossale situazione del cavolo, Clive era un artificiere. Non esattamente un attivista dei corpi di pace. I militari non li aveva mai potuti digerire, specialmente nel suo campo. Erano troppo rigidi e schematici. Bastava una trave fuori dalla planimetria ufficiale, per fargli pisciare litri di sangue e nitroglicerina.
Lui era diverso. Un artista.
Una cassa di esplosivo e il palazzo crollava, antisismico o meno che fosse. Per lui, le colonne portanti di una struttura non erano mai abbastanza, non esistevano fondamenta troppo profonde, per impedirgli di far partire l'intera costruzione come un missile intercontinentale.
Era tutto un gioco di logica, come il Tetris.
Bastava posizionare le cariche nei posti giusti, attendere il momento opportuno e premere il detonatore. Nessuna scusa, nessuna dilazione.
Non per nulla, era considerato il migliore.
Tuttavia, la sua carriera di mercenario era finita. Si era stancato di girare il mondo, affiliarsi a potenti signori della guerra, maestri della Jihad e pazzi scatenati dal portafoglio gonfio. Ne aveva abbastanza di far saltare in aria ospedali, mercati e conventi, in ogni parte del globo, senza guadagnarci nulla. Clive era arrivato al punto in cui c'é solo una cosa che conta.
La tranquillità.
Esplosioni di proporzioni bibliche, con corpi maciullati che volano in ogni dove, e settimane su settimane di fuga disperata dalle autorità. Non ce la faceva più.
Aveva abbandonato quella vita anni prima, per poi trovare lavoro presso la ditta di demolizioni. Ciononostante, il fuoco della guerra, come una belva selvaggia, ancora vibrava potente, facendo tremare di odio le pareti del suo cuore.
La sentiva, ogni volta che premeva il maledetto pulsante sul detonatore. Era ancora li e, lui lo sapeva, non se ne sarebbe mai andata.
Si accese una sigaretta.
Oggi non ho proprio voglia, di sentirla.
Gettò via la prima brace e si fece largo, a grandi passi, nella hall della Efesus 612.
Il posto era esattamente come l'esterno, identico a due mesi prima. Nessuno poteva immaginare quanto Clive avrebbe desiderato, al suo ritorno, trovare quel palazzo raso al suolo. Vide il pavimento perfettamente lustrato, maniacalmente lucido.
Ci sputò sopra.
«Clive, ma che cazzo fai?».
Oltre la porta dello spogliatoio aveva fatto capolino la magra sagoma di Wilfred.
Irlandese fino al midollo, un naso grosso il doppio dell'intera faccia. Sembrava un vecchio pallone da basket alla fine del campionato.
Lo fissò con quell'aria da vecchio bonaccione che Clive aveva imparato a sopportare. Di tutti i dinamitardi fuori di testa che puoi incontrare, in questo lavoro, Wilfred era certo il meno idiota. Era per questo che andavano tanto d'accordo. Il vecchio mercenario sapeva di poter contare su di lui, nel caso si fosse trovato dalla parte sbagliata della miccia.
Clive mandò giù il resto del tramezzino.
«Clive Sherman di ritorno dall'aldilà!» sghignazzò Wilfred.
«Ho fatto due mesi di vacanza, non una passeggiata nel regno dei morti».
«Si, come dici tu. Intanto, il vecchio è incazzato nero e non fa che cercarti da tre settimane, ormai. Ha detto che, appena tornavi, ti voleva vedere immediatamente».
«Ho dato il preavviso, prima di partire. E Johnson lo ha firmato».
«Eh, lo so Clive. So che tu non sei uno che sparisce senza aver rispettato la trafila. Tuttavia, il capo è andato fuori di testa quando, un mese fa, ha saputo che eri partito».
«Se giocasse meno a golf col sindaco e piantonasse quella stramaledetta scrivania, forse lo avrebbe saputo per tempo».
Clive sospirò.
Wilfred era stato gentile ad informarlo. In fondo, che ci poteva fare quel maledetto ubriacone irlandese, se il capo era un vecchio truffatore sempre con il culo sulle braci. Già il ritorno era stato traumatico, figurarsi vedere il vecchio pazzo.
«Che ci vuoi fare vecchio bombarolo. Lui è il boss e noi solo dei poveri salariati».
Infatti.
Solo dei poveri salariati. Chissà che faccia farebbe, il vecchio, con quattro chili di Semtex infilati nel culo, come a quell'ambasciatore in Birmania. Schiaccio un pulsante e lui esplode in mille pezzi, come quello schifo di sformato di maccheroni che faceva Ellen.
Si scosse da questi pensieri.
L'improvvisa detonazione del suo datore di lavoro non avrebbe giovato alla sua reputazione. Tanto per cominciare, Clive non era certo un cittadino modello. Non puoi far saltare in aria chiese e moschee in tutto il mondo, senza che qualcuno lo venga per forza a sapere. Sanno chi sei, sanno dove sei, ti tengono sotto sorveglianza satellitare ventiquattro ore al giorno.
Ogni volta che ti gratti le palle, un bamboccio di profiler della CIA, a dodicimila chilometri di distanza, se ne chiede il motivo. Uno spreco di denaro pubblico.
Clive non era un ricercato.
Dopo il suo ritorno in patria, la pratica era passata fra le mani della NSA, alla quale non poteva fregare di meno. Come tutte le persone incatenate alla scrivania come zecche fra le chiappe di un cane, non era produttivo un simile dispendio di agenti per ottenere, in cambio, solo un pendaglio da forca. Inoltre, Clive aveva collaborato con l'esercito americano in diverse occasioni, sempre con risultati soddisfacenti.
Non valeva certo il perdono presidenziale, ma la chiusura di un paio di occhi sicuramente si. Poteva fare ciò che voleva, fintanto che la NSA sapeva dove si trovava.
Clive non era un idiota. Non era tornato in patria per fare il terrorista. Quel lavoro presso la Efesus 612 era semplicemente un impiego come tutti gli altri, solo meglio improntato verso la sua inclinazione naturale.
Tuttavia, erano quelli i momenti in cui avrebbe desiderato un paio di pratiche spolette artigianali. Una in bocca, una nel culo e fine della storia.
Il vecchio all'inferno e lui in una prigione federale. Pessimo.
«Va bene, Wilfred. Dimmi dove sta il capo, che vado a risolverla subito».
«Dovrebbe essere nel suo ufficio. Da quanto ha iniziato a cercarti, non si è mosso dalla sua maledetta scrivania. Sembra una cozza in calore».
«D'accordo. Vado a risolvere questo problema. Che abbiamo in programma oggi?».
«Un lavoretto sulla Cicero. Se ci sbrighiamo, stasera tutti da Paco a sfondarci di birra e salsicce».
Clive si leccò i baffi.
Un barbecue, dopo una giornata di merda con tanto di predicozzo dal vecchio matto, era quello che ci voleva. Una grigliata da stare male per due giorni. Perfino sulle ripide scale che conducevano all'ufficio del capo, Clive non smise di pensare alla priapesca mangiata che avrebbe avuto luogo, poche ore dopo.
Nemmeno si accorse di essere arrivato alla porta, prima di udire le urla che provenivano dall'interno di essa.
«Cosa significa che non c'é più il palazzo?! Cosa cazzo significa? Stai cercando di fregarmi, stronzo di un cosacco scroccone e mangiapane a tradimento?».
Clive si accostò alla porta.
Poteva soltanto immaginare le incomprese giustificazioni che, lente ed incerte, partivano dall'altro capo della cornetta. Appoggiò la schiena alla parete, tendendo l'orecchio teso. Non intendeva perdersi nemmeno una parola.
«Inetto spergiuro!» abbaiò il vecchio. «Come cazzo ti permetti di dire una cosa del genere?! Le indicazioni sono giuste, abbiamo ricevuto l'appalto due giorni fa! Sei tu ad essere un dannato incompetente!».
Clive sbottò in una risata.
Stanco dello spettacolo, spalancò la porta con un calcio. Si sedette scomposto sulla sedia girevole, piazzando i grossi stivali da lavoro sulla scrivania di rovere.
Il vecchio nemmeno fece caso a lui.
«Vaffanculo, maledetto mangiacaviale del cazzo! Trova quella maledetta palazzina o giuro sulle palle di Gesù Cristo che ti rimando in Russia ad allevare pinguini!».
Clive si accese una sigaretta.
«Non ci sono pinguini in Russia, boss».
Paonazzo in viso, il capo notò la presenza del suo stipendiato, così come i suoi lerci stivali da operaio sulla costosissima scrivania.
«Ma guarda chi ci onora della sua presenza. Il grande demolitore in persona! Il grande demolitore fantasma, che sparisce per due mesi senza dire un cazzo a nessuno!».
«Ho dato preavviso».
«Io ci piscio sul tuo preavviso! Avevo bisogno di te e tu stavi a prendere il sole alle Bahamas, pezzo di stronzo che non sei altro! E leva i tuoi stivali schifosi dalla mia scrivania, prima che ti mandi a spalare catrame alla ripavimentazione!».
Clive obbedì.
Il vecchio pazzo era capace di tutto. Una volta aveva mandato un neoassunto all'ospedale per un mese, colpevole di chissà quale incompetenza. Un autentico schizzato da fumetto, capace di piantarti il tagliacarte nella gola senza nemmeno un motivo.
Clive sapeva chi aveva di fronte.
Se ci avesse provato con lui, non se ne sarebbe certo stato a guardare. Tuttavia, se la leggittima difesa poteva pure passare per un giudice distrettuale, non era tanto semplice convincere gli stramaledetti aguzzini della NSA. Gli bastava qualsiasi cosa, pure la più piccola cazzata prevista dal codice penale, per sbatterlo nel buco del culo dello Zio Sam e gettare via la chiave.
Si trattenne dallo spaccare il naso al vecchio folle.
«Allora, mi voleva vedere?».
«Certo che ti volevo vedere, idiota. Abbiamo un appalto da quattro settimane, roba da mezzo miliardo di dollari, Cristo santo!».
«Mi scusi, boss. Se è un appalto tanto importante, perché non a dato l'incarico a qualcun'altro? A me non interessano premi e gratifiche, conosco almeno altre tre squadre che ucciderebbero per questo lavoro».
«E invece no, porca puttana. Nessuno lo vuole!».
«Nessuno?».
«Te lo devo ripetere? Nessuno! E, come se non bastasse, il sindaco verrà a controllare personalmente il motivo di tanto ritardo. A questo punto, non potrò fare a meno di dirgli che tu mi hai lasciato in braghe di tela».
Vecchio pezzo di merda impazzito. Altro che Semtex, io ti distruggo la casa! La casa e la ditta, con duecento chili di plastico. Ci faccio un fottuto falò e ci danziamo tutti intorno, come indiani selvaggi.
Clive sorrise.
«Mi sta ricattando, per caso?».
«Esatto. O lo fai o ti distruggo. E se scopro che ti sei dato o messo in malattia, farai bene a crepare sul serio, sai? Perché anche se lebbroso e mutilato, ti farò premere quel detonatore con i tuoi moncherini del cazzo!».
Clive si mise in silenzio, a riflettere.
I demolitori della Efesus 612 non sono professionisti. Non hanno codici deontologici, giuramenti all'ordine o regole morali alle quali essere universalmente fedeli. Il loro mondo non funzionava così. Certo, ai tempi della sua vecchia vita era una cosa normale. Capitava continuamente che qualcuno perdesse la calma, che volesse tirarsi indietro.
Laggiù te lo aspettavi.
Non tutti sono capaci di far saltare in aria un mercato pieno di civili, come pure di seppellire una divisione di minatori in una tomba di preziosi diamanti. Non è roba per tutti.
Ma a New York non funzionava in quel modo.
Gli edifici da far saltare in aria erano tutti rigorosamente vuoti, a meno che non ci si mettesse in mezzo il governo e li erano affari loro. Nessuno faceva esplodere persone, nei civilizzati, pacifici USA. Perché mai i suoi colleghi si sarebbero tirati indietro?
In ogni caso, non aveva molta scelta.
Inoltre, anche se avesse dovuto far saltare in aria una chiesa piena di fedeli, per lui non sarebbe certo stata la prima volta.
«Senta, mi dica soltanto che non è una casa degli orfani indietro con le tasse. Non voglio sangue, sulle mani».
Non ne voglio più di quanto già non ne abbia.
«Ma per chi cazzo mi hai preso? Per un fottuto terrorista?».
Il vecchio scartabellò un fascicolo che teneva sulla scrivania, alzando tanta polvere come una tempesta del Sahara.
«Ecco quì. 247 Cicero. La squadra è già pronta, portati i ragazzi».
«Sissignore» sbuffò Clive.
Il vecchio, per una volta, non gli aveva raccontato vaccate.
Nessuna casa per gli orfani, missione cattolica o fondazione benefica per la ricerca contro le malattie tumorali. Solo una vecchia fabbrica di giocattoli abbandonata.
La prima neve aveva già ricoperto il vecchio tetto sfondato, come una cuffia di lana troppo larga. Le vecchie mura esterne, rosse e con i mattoni a vista, suggerivano uno stile architettonico piuttosto attempato, quando perfino i luoghi di lavoro erano costruiti con un minimo di senso estetico.
Clive attraversò il nastro giallo che delimitava l'area.
«Hanno già piazzato le cariche?».
«Stamattina» fece Wilfred. «Paco, con altri due ragazzi. Vuoi controllarle?».
«No. Mi fido di Paco, avrà fatto un buon lavoro».
Osservò i dintorni.
Chilometri su chilometri di zona industriale. Vista dall'alto, la vecchia Toy's Valley sembrava un manto di catrame scuro. E loro si stavano apprestando a cancellare via l'ultima macchia di colore, l'ultimo granello di fantasia, da quel monumento alla banalità umana.
Poche ore dopo, sarebbe stato soltanto un deserto di grigia perfezione industriale.
«Lassù» fece Clive, dopo un'attenta osservazione. «Faremo brillare le cariche dal tetto di quel vecchio magazzino. La visuale è perfetta, potremo controllare al meglio la diffusione dei detriti».
«Va bene, vado ad avvertire il proprietario».
Tutto filò per il meglio. Nessuno si mise a protestare per la scelta del tetto.
Ciononostante, Clive era inquieto.
Ancora si chiedeva il perché di tutti quei dissensi. Perché mai qualcuno dovrebbe farsi dei problemi a buttare giù una vecchia fabbrica di giocattoli. L'inquietudine aumentava, mentre varie ipotesi si facevano largo nella sua mente, una più inquietante dell'altra.
La belva scosse le catene che la tenevano prigioniera.
Erano anni che non si sentiva così. Quel fuoco liquido nelle vene, bruciava esattamente come ai vecchi tempi. Tutto il passato si affacciò alla sua mente.
Iraq. Cambogia. Ruanda. Afghanistan.
Quanta gente aveva massacrato, per soldi. Montagne di denaro imbrattato del sangue e delle interiora di tutti coloro che, dopo l'esplosione, volavano in pezzi sul freddo campo di battaglia. La gente fa presto a giustificarsi. È la guerra, sono vittime.
Clive aveva sempre pensato che fosse un gran lavoro di merda, ma era convinto che qualcuno dovesse farlo. Non era tanto lontano dalla verità. Se non lo avesse fatto, avrebbero trovato qualcuno con meno problematiche morali.
Tutte cazzate.
Lo faceva perché gli piaceva. Si ricordò di quella volta, in Bosnia. Clive e la sua banda trovarono un vecchio borgo oltre il Sava, dove le Forze Armate della Repubblica erano appena passate con un piccolo contingente.
Una volta entrati, compresero che il villaggio non era stato abbandonato.
Era stato disinfestato.
Lungo il muro della chiesa vi erano bambini. Centinaia di bambini, tutti legati l'uno all'altro. Tutti insieme, fino all'ultimo momento.
Le teste mozzate.
I corpi inchiodati alle pareti della chiesa.
A quella vista, Clive vomitò anche l'anima, sul freddo cortile ghiacciato. Eppure, non fu una brutta sensazione. Nel vedere quei poveri corpi straziati e violentati, comprese che era quello il suo mondo. Lo vide nel profondo e gli piacque. Ne fu stregato.
Da quella volta, nessun mercato fu troppo frequentato, per il bacio del suo detonatore.
Nessuna chiesa sacra abbastanza.
Nessuna vita troppo preziosa.
Tuttavia, c'era qualcosa in quella fabbrica. Qualcosa di estraneo e oscuro, qualcosa di pericoloso. La belva che viveva nelle profondità dell'anima di Clive, imprigionata ma attenta, l'aveva sentito. Ne poteva fiutare l'odore.
Era sul tetto dell'edificio. La fabbrica davanti a lui. Il detonatore in mano.
La bestia strillava come agonizzante, percepito quell'odore di odio e guerra che gli era tanto familiare.
È l'istinto, vecchio mio.
Sono i riflessi di un tempo che non se ne vanno mai, Clive. Non resistergli. Fai ciò che ti dicono, di loro puoi fidarti. Ora premi quel cazzo di bottone e fai la sola cosa che sai fare.
Uno come lui non avrebbe mai capito.
Non poteva comprendere cosa significasse quel posto, per tutti coloro che erano cresciuti fra gli agi della grande città. Lui non aveva conosciuto altro che piombo e polvere da sparo. Non era che uno straniero, in quella terra.
Non apparteneva a quella città. Non era mai stata la sua patria.
La vecchia fabbrica dei giocattoli di Cicero era come un faro di luminosa speranza. Quanti padri ci si erano sfondati le mani, a quella catena di montaggio. Quanti giocattoli avevano portato ai loro figli, dal magazzino, per le feste e i compleanni.
Quanta fantasia, quanto amore erano stati riversati, come un fiume, nel magico legno di quei trenini a rotelle, nella stoffa di quelle bambole. Quanta magia c'era in quel tugurio abbandonato, covo di drogati e senzatetto, in quella baracca dimenticata da Dio.
Brasile.
Clive si ricordò di quella miniera di diamanti, nel bel mezzo della giungla. La Hell Dorado dei poveracci. Minatori sfruttati per pochi centesimi all'ora, a spaccarsi le ossa portando pesanti ceste di terra all'asciutto. Un pozzo di sangue e pietre preziose.
Il gestore aveva fatto incazzare un pezzo grosso.
Fatela saltare. Spedite quel cazzo di miniera abusiva fino in paradiso.
L'ultima cosa che vide Clive, prima di premere il pulsante, fu una bambina che portava da mangiare al padre. Non vide cosa, esattamente. Non gliene fregava un cazzo.
Troppi anni dopo, davanti a quella fabbrica di giocattoli pronta alla distruzione, gli tornò in mente quel vassoio di plastica spaccato per metà, riparato con il nastro adesivo.
Non il viso del padre, nel vedere la figlia andare in pezzi.
Non le braccia della piccola volare nel cielo limpido.
Quello schifoso pasto da terzo mondo, già cucinato dal sole impietoso ed assaggiato dalle mosche e dai tafani. Chissà cosa c'era, in quel vassoio.
Perché ora gli tornava alla mente?
Clive non aveva mai avuto dei sogni. Non poteva sapere cosa significasse, tutto ciò. Per lui erano come pittogrammi sulle pareti di antiche piramidi, incomprensibili nella forma e nel significato.
Lui sapeva uccidere le persone. Sapeva dilaniarne i corpi, massacrare interi villaggi con una decina di candelotti di dinamite. È facile uccidere un essere umano.
Carne che brucia, ossa ridotte in polvere dalle esplosioni.
Ma cosa serve, per distruggere un sogno?
Come si possono distruggere tutti quei sogni, incarnati nei loro gusci di colorati balocchi?
Clive scoprì, nel profondo, che non sarebbe bastato tutto l'esplosivo del pianeta, per far saltare in aria quella fabbrica di desideri terreni. Per la prima volta nella sua vita, aveva trovato qualcosa che non si potesse annientare.
Se fosse o meno il momento che aspettava da una vita, nessuno lo seppe mai.
Estrasse dalla tasca un candelotto di dinamite. Portava il suo nome, scritto sopra con un grosso pennarello indelebile.
In quel breve istante che ne seguì, il mondo non esisteva più.
Era scomparso. Con esso era svanita anche la NSA, la Efesus 612, il barbecue di quella sera e tutto il passato di Clive Sherman. Era il suo primo, ultimo fallimento.
Collegò la miccia.
Si ficcò il candelotto in bocca.

Tutti coloro che assistettero all'esplosione, misteriosamente spostata di poche decine di metri, giurarono di aver visto uno splendido sorriso prendere forma, fra le nuvole scure.
Poche settimane dopo, la Efesus 612 venne chiusa per bancarotta fraudolenta e la fabbrica venne convertita in un museo.
Nessuno seppe mai chi dover ringraziare, per quello splendido regalo di Natale.
Ma si sa, la gente non ringrazia mai.
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Vecchio 23.06.2012, 15:49
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Ellen sedeva al tavolo della cucina, una tazza di caffè acquoso in una mano e una sottile sigaretta nell’altra. La tovaglia dozzinale ad ampi motivi floreali portava impresse le tracce della noncuranza con cui veniva trattata: macchie di unto e briciole si rincorrevano tra una bruciatura annerita e l’altra. Osservò la brace divorare lentamente la pallida cartina, mentre le labbra entravano in contatto con quella brodaglia intiepidita che ancora si ostinava a chiamare caffè. Colse il fugace riflesso del proprio viso nello specchio del corridoio, e distolse velocemente gli occhi. Non era in grado di sovrapporre l’immagine di sé che aveva con quella che la schiaffeggiava ogni volta di rimando. I capelli sottili, raccolti in una striminzita coda che pendeva floscia sulle spalle contratte. La ragnatela di rughe, che aveva vinto la battaglia e si era impadronita del suo volto, testimoniando la propria ineccepibile supremazia con solchi di giorno in giorno più profondi.

Scosse il dito, e il grumo di cenere si staccò dalla sigaretta, rotolando pigramente sino all’orlo del tavolo, superandolo con noncuranza, per andare ad arrendersi sul pavimento di linoleum. La penombra era bruscamente interrotta da un ampio cono di luce,e i raggi che entravano dalla finestra illuminavano di scherno lo squallore che la circondava.

Passi frettolosi sulle scale, la porta colpì violentemente lo stipite.

Testa di cazzo. Suo figlio era davvero una grandissima testa di cazzo. Fino al giorno precedente lo avrebbe aggredito con strilli penetranti, sfogando così la frustrazione di una vita intera contro quel buono a nulla. Avrebbe rigurgitato rabbia ed astio, cercando di vuotare almeno di poco una misura colma da tempo.

Quel giorno invece rimase zitta. Si limitò ad inarcare un sopracciglio, e dare un’altra lenta boccata alla sigaretta. Ted si voltò, la bocca già spalancata pronta a vomitare la medesima violenza. Il silenzio lo lasciò evidentemente perplesso, tanto da farlo boccheggiare per un paio di secondi. Le menti semplici hanno bisogno di routine quotidiane, e qualsiasi variazione le manda in crisi. Dopo aver emesso ancora un paio di singulti privi di significato, annaspò con la mano nell’aria, agguantò la tazza di caffè e se ne andò in fretta.

Buongiorno pure a te, stronzetto. Si appoggiò allo schienale , le gambe distese che sparivano inghiottite da un paio di pantofole sformate. Il tessuto liso, una volta di un palpitante azzurro, era ingrigito nel tempo. Ridacchiò. L’avevano presa per scema ogni volta in cui si era ostinata a rammendarle, le avevano rinfacciato la sua spilorceria apostrofandola con scherno, ribadendo che era da idioti non comprarne un altro paio. Solo pochi dollari.

Il sogghigno si ampliò. Non era per i soldi. Che gliene fregava, a lei, di pochi dollari. Quelle stupide ciabatte erano un simbolo, anzi di più, un monito. Era uno dei primi regali che le aveva fatto Clive. Certo, doveva essere perfettamente rincretinita per non rendersi conto che un uomo che ti regala un paio di ciabatte non renderà la tua vita una scintillante avventura. Ma all’epoca i suoi capelli erano lucidi, le gambe affusolate, il sorriso dolce. E lei era innamorata. Dietro quelle stupide ciabatte aveva visto il sogno di una casa per loro, di una famiglia. Rappresentavano il suo futuro.

Ed eccolo lì il suo futuro, ai suoi piedi. Sciatto, sformato, due patetici ritagli di stoffa che la deridevano senza pietà.

Altri passi pesanti sulle scale, altra porta sbattuta.

Il Signore doveva aver donato ai suoi cari figlioli un cervello da condividere, qualora si fossero ricordati di possederlo. La mole imponente di Tod si stagliò contro la porta della cucina. Non era grasso, era enorme. Ogni volta che lo guardava provava un brivido di disgusto all’idea che quella massa strabordante di lardo fosse stata per nove fottutissimi mesi dentro di lei. Dentro il suo corpo. Il figlio le rivolse un sorriso ebete, mentre le dita tozze spingevano una povera brioche sacrificale nella bocca spalancata, immediatamente seguita da una seconda e da una terza. La maglietta nera, tesa allo spasimo sul ventre molle, si riempì di briciole che lui ignorò completamente. Spalancò il frigo e trangugiò in pochi sorsi mezza bottiglia di latte. Secondo sorriso ebete.

“Colazione da Lou!” e se ne andò.

Buongiorno anche te, animale. Il tonfo della porta d’ingresso che veniva chiusa con violenza ribadì la tanto agognata solitudine.

Ellen estrasse con gesti pacati un’altra sigaretta dal pacchetto, l’accese col mozzicone di quella che ancora teneva in mano ed aspirò una lunga boccata. Soffiò fuori il fumo lentamente, lasciando che la cortina densa l’avvolgesse. Seguì le spirali che si allungavano nell’aria, giocando fino a disperdersi in una nebbia informe.

Le cose con Clive avevano iniziato ad andare male pochi mesi dopo il matrimonio. L’eco delle parole di suo padre le rimbombò nella testa: la convivenza uccide l’amore. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Invece s’era lanciata con entusiasmo nella sua vita da fottuta sposina. Aveva cercato di rendere l’appartamento accogliente. Certo, era squallido ed in periferia, ma era provvisorio. Aveva cercato di essere una moglie premurosa. Aveva cercato di essere una madre affettuosa. E giorno dopo giorno aveva visto i suoi affannosi tentativi sgretolarsi contro il muro di egoismo di Clive e della sua progenie.

All’inizio aveva provato a capire il marito, i suoi modi bruschi, l’espressione di sopportazione che le rivolgeva quando parlava con lui. Lui che aveva visto scene raccapriccianti, che era stato in luoghi massacrati dalla guerra, che aveva fatto della violenza e della distruzione il suo lavoro.

Lentamente s’era arresa. Non era un uomo provato che avesse bisogno di conforto. Non era un uomo buono che l’orrore vissuto aveva fatto ritrarre per difesa.

Era un grandissimo bastardo egoista. Lo stronzo per eccellenza. Non serviva capire, farsi domande, cercare soluzioni. E così s’era inasprita pure lei, la pelle e il carattere che avvizzivano assieme nel corso degli anni. La loro casa s’era trasformata in un campo da guerra, squarciato dalle grida che rimbalzavano offese sanguinose. La trascuratezza , lo squallore, la sottile patina di sporcizia che ricopriva ogni angolo erano la testimonianza evidente della totale assenza di amore. O rispetto.

Clive non le aveva mai parlato di ciò che aveva visto. Ma per quanto si sforzasse, protetta da un guscio di egoismo che aveva imparato a rinforzare nel tempo, nulla poteva reggere il confronto con quello che lei viveva ogni giorno. Una prigione infernale, fatta di urla, recriminazioni, insulti. O peggio, di soffocanti silenzi, che la avviluppavano come una cappa soffocante, rotta solo dal suono stridente delle posate che raschiavano i piatti, in una patetica imitazione di vita normale. Una prigione di giornate trascorse a screpolarsi le mani per rendere quel cazzo di appartamento almeno civile, di corse da una parte all’altra della città per scarrozzare quei due bambocci a corsi inutili.

Spense la sigaretta, prese la borsa dalla spalliera della sedia e ne tirò fuori un foglietto stropicciato. Lo lisciò con grande attenzione, e trascorse alcuni istanti a rigirarlo tra le dita.

Quattro anni prima quel coacervo anonimo degli indistinti che era diventato la loro vita era stato illuminato per un brevissimo istante. Una tiepida mattina di primavera erano usciti tutti e quattro assieme, per festeggiare il suo compleanno. Forse il primo sole aveva stemperato l’aggressività costante, o forse l’idea di un pasto cucinato a dovere avere messo a tacere le loro bocche inasprite. Fatto sta che avevano mangiato in un clima di sorprendente rilassatezza, scambiando persino qualche sciocca battuta. I calici di vino si erano susseguiti veloci, e l’amaro con cui avevano concluso il pasto aveva sancito definitivamente la loro ebbrezza. Mentre pagavano il conto, avevano visto ondeggiare sul cordino teso sopra il bancone i biglietti della lotteria, e riscoprendo un rituale che li accomunava da giovani avevano tirato fuori 5 dollari ciascuno.

L’idillio s’era bruscamente interrotto appena rimontati in macchina, quando l’alcool aveva strappato fuori con violenza l’ennesimo battibecco feroce.

Ricordava ancora la sua espressione alcuni giorni dopo, quando con noncuranza aveva controllato se quei 10 dollari avessero fruttato qualcosa. Seduta sul divano, aveva spalancato occhi e bocca, mentre i numeri recitati dalla voce nasale alla tivù corrispondevano con incredibile chiarezza a quelli stampati sul biglietto che reggeva tra le mani tremanti.

Cinque milioni di dollari. Aveva chiamato Clive in uno stato di febbrile euforia, dicendogli di tornare a casa immediatamente. E quando lui era arrivato, la medesima incredulità dipinta in viso, avevano iniziato a festeggiare. Avevano brindato a gin tonic, i bicchieri vuoti prontamente riempiti. Avevano assaltato il mobile dei liquori, le menti ottenebrate che fantasticavano sulla vita strepitosa che li stava attendendo.

S’erano svegliati sul divano, il pavimento disseminato di bottiglie e la testa che implorava pietà. Lei s’era alzata incerta sulle gambe, e s’era guardata intorno in cerca del biglietto. L’aveva rimesso nel cassetto, ne era certa. Aveva spalancato con gesti concitati i cassetti della credenza, gettando all’aria tutto quello che vi era dentro. Aveva aperto armadi, sollevato tappeti, controllato nei posti più improbabili. Clive era arrivato alle sue spalle e in un attimo aveva capito. Gli occhi gli si erano colmati di un furore denso, la mano era scattata violenta contro la sua guancia.

“Stronza maledetta!”

Quella era stata la fine del loro matrimonio. Avevano continuato a cercare a lungo, la speranza che si affievoliva, l’astio che cresceva . Quando lui era uscito definitivamente dalla sua vita, aveva tirato un sospiro di sollievo. Peccato che le avesse lasciato attaccati al groppone i due inetti.

La vita era ripresa nel solito grigiore, fino a qualche giorno prima. Stava uscendo per far la spesa, e le chiavi dell’auto le erano scivolate di mano, andando ad infilarsi dietro ad un mobile. Con un’imprecazione s’era accucciata per ripescarle, e aveva scorto un triangolino di carta sbucare da una piccola fessura sul pavimento. Non sapeva nemmeno perché ci avesse fatto caso, né perché non l’avesse ignorato. Forse una pallidissima speranza di recuperare quello stramaledetto biglietto c’era ancora. E così aveva afferrato il lembo di carta con le punte delle unghie smangiucchiate, e lo aveva lentamente tirato fuori.

E sì. Era proprio il biglietto.

Non ne aveva parlato con nessuno. S’era voluta godere quella sensazione da sola per un paio di giorni, gustarla mentre osservava il ciccione che le vuotava il frigo, o quell’altro imbecille che la aggrediva perché la cena non era pronta.

Aveva pensato di sparire, all’inizio. Di pigliare il malloppo ed andarsi ad imbucare nel luogo più sperduto che fosse riuscita a trovare. Poi l’idea di prendersi una prima vera soddisfazione nei confronti dell’uomo che le aveva rovinato la vita s’era fatta strada con prepotenza. Se la immaginava già la scena. Clive che arrivava con quel suo modo strafottente. Lei che lo guardava calma, e gli spiegava che la stronza maledetta aveva ritrovato il biglietto. Non solo, la stessa stronza maledetta anziché sparire gli riconosceva pure metà della vincita. Bastava che le loro vite non si incrociassero più e che lui la liberasse della presenza ingombrante di quei due debosciati dei figli.

E per una volta, per una fottutissima volta, forse avrebbe visto qualcos’altro oltre al disprezzo nei suoi occhi.

Rigirò il biglietto tra le dita ancora un po’, poi lo ripose con cura nel portafoglio. L’esperienza insegna, dicono. Si alzò dal tavolo e andò a recuperare il telefono dal tavolino accanto alla finestra.

In quel momento una forte scossa fece tremare il pavimento. Una crepa sottile si avventurò dall’angolo della parete fino a metà muro. Lei la osservò con indifferenza. Un’altra demolizione nella zona, pensò con un’alzata di spalle. Compose il numero di Clive, la soddisfazione che le vibrava nella gola. Sapeva già che non la avrebbe ringraziata, per quell’inaspettato regalo di Natale.

Ma si sa, la gente non ringrazia.
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Mutt si sta rivelando vieppiù un ottimo scrittore di racconti brevi. In poche righe riesce a caratterizzare ambientazione e contesto narrativo come raramente ho visto fare in numerosi anni di intense letture accalappiando l'attenzione del lettore fin dalle prime righe, cosa che non sempre riesce anche a scrittori ben più affermati ed Aileen si è rivelata una sorpresa più che piacevole con un'idea, quella del punto di vista della controparte, geniale ed ottimamente realizzata.
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Mutt si sta rivelando vieppiù un ottimo scrittore di racconti brevi. In poche righe riesce a caratterizzare ambientazione e contesto narrativo come raramente ho visto fare in numerosi anni di intense letture accalappiando l'attenzione del lettore fin dalle prime righe, cosa che non sempre riesce anche a scrittori ben più affermati ed Aileen si è rivelata una sorpresa più che piacevole con un'idea, quella del punto di vista della controparte, geniale ed ottimamente realizzata.
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Anche io trovo geniale l'accostamento di Aileen, non tira certo in mezzo argomenti tanto tragici, eppure riesce a donare un'anima unica ai suoi personaggi... Anche se non sono suoi! Grazie del complimento, in ogni caso... Mi fa davvero tanto piacere..
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Ci metto esperienza nel gdr ma come scrittore non sono certo un gran che. I miei tentativi di riportare le mie sedute in qualcosa di scritto sono sempre naufragati a pagina uno ^^
Guarda, ti capisco bene.
A volte devi semplicemente accettare quello che ti viene, sai? Non puoi scrivere da oscar per ogni paragrafo.
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