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Vecchio 14.06.2012, 14:38
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predefinito Capelli Biondi

Eh, bisognava pur ricominciare... Questa sezione ha languito troppo a lungo, è tempo di farla risorgere. Almeno finché ho qualcosa da inserirvi...
Leggete e, se apprezzate, godete.


CAPELLI BIONDI

Ismail osservò attentamente chi aveva di fronte.
Uno spiantato ragazzotto con un frac da quattro soldi, combinazione che avrebbe potuto far impazzire le squinternate, viziate damigelle londinesi. Non gli serviva dare una seconda occhiata a quel ciuffo biondo, a quelle dita lunghe e afusolate che solo chi non ha mai conosciuto la fatica potrebbe avere. Come al solito, una sapiente osservazione dei dettagli e la richiesta di qualche sparuto monosillabo furono sufficienti, per capire che si trovava davanti all'ennesimo bamboccio dai riccioli d'oro.
Ismail sapeva di non essere così.
Con sudore e duro lavoro, aveva offerto oltre metà della sua vita allo spietato Dio del successo imprenditoriale, il quale ne aveva gustato ogni boccone, masticandolo avidamente fra le dorate fauci acuminate. Come ricompensa per il lauto pasto, ordinò ai suoi schiavi di aprire ad Ismail ogni porta egli avesse desiderato varcare.
Con il frutto di questo sacrificio, questi riuscì a mettere in piedi l'Amaltea.
Un posto d'alta classe, obbligo di prenotazione almeno un mese in anticipo, con tutto ciò che un proprietario potrebbe desiderare, dai severi smoking alle eleganti dame in rosa. Perfino in quel momento, ogni volta che un nuovo ragazzino senza esperienza ne volontà osava chiedere di far parte di quel meraviglioso sogno fatto carne, Ismail era solito chiedersi se quel Dio spietato non si fosse preso anche la sua dignità.
Non aveva niente da spartire, con la folla di viscidume che ogni giorno si accalcava alla porta del locale più raffinato di Valencia. Da tempo ormai, si era reso conto di essere superiore.
Il padrone si aggiustò il raffinato panciotto intarsiato, donatogli dal più prestigioso sarto di Madrid, ufficioso simbolo del suo traguardo.
«Le faremo sapere».
L'imbellettato questuante se ne andò a capo chino, come tutti coloro che, prima di lui, avevano varcato quella soglia. Ismail aveva fatto preparare una piccola camera solo per queste sgradevoli incombenze, sacrificando addirittura un possibile e costosissimo privè. Detestava con tutte le sue forze la possibilità che, entrando dalla porta principale, quella marmaglia tirata a lucido potesse infettare il prezioso bancone, destinato ai clienti, con il suo veleno di miseria. La porticina della sala, infatti, conduceva direttamente al fetido vicolo destinato alla spazzatura.
Ismail si abbandonò sulla sedia, sbottonando l'elegante vestito con le sottili mani, consumate dal lavoro, che si ritrovava. Traendo un profondo sospiro, gli venne naturale pensare a se stesso, come sempre.
Era inaccettabile che, a pochi mesi dalla venerabile età di cinquant'anni, fosse ancora costretto a sbrigare in prima persona queste orribili necessità. Tuttavia, nessuno avrebbe potuto farlo, al posto suo. Nessuno aveva il nerbo necessario per non lasciarsi impietosire dalla patetica sceneggiata della figlia morente, ne il buon senso di accompagnare alla porta improbabili raccomandati di ferro. Piuttosto che affidarlo ai suoi dipendenti, Ismail percorreva con gioia quel fetido vicolo puzzolente, ogni giorno alla stessa ora.
La stanza doveva essere completamente isolata dal resto del locale, senza la minima possibilità d'intrusione. A nulla valsero i tentativi dei salariati di far ragionare il testardo datore di lavoro, in oltre dieci anni di onorata e sincera collaborazione.
Ciononostante, tutto ciò era necessario.
Non aveva certo bisogno di rivolgersi alle inospitali strade di Valencia, per rinforzare le fila dell'esercito di splendide cameriere che, ogni sera, si aggiravano fra i bianchi tavoli come passeri selvatici. Non aveva che da pescare nel cesto della posta mattutina, per trovarvi pagine su pagine di falso miele, condite con delicate richieste di assunzione.
Odiava con tutto il suo cuore ferito quelle stesse parole che tanto avrebbe desiderato leggere, quando ancora la sua anima d'immortale conquistatore era prigioniera in quel piccolo, gracile corpo di povero emigrante dalla pelle nera come ebano. Tuttavia, aveva imparato ormai, spinto dalla pura necessità, a lasciare le questioni personali fuori dal candido salone dell'Amaltea. Se i danarosi clienti apprezzavano quei provocanti germogli di donna, non vi era motivo perché lui non dovesse fare lo stesso. A modo suo, sapeva di non essere altro che uno schiavo.
Ma la questione era diversa.
Non era di cameriere che aveva bisogno. Al suo locale occorreva merce infinitamente più preziosa, rara come boccioli di rosa cresciuti nei freddi, inospitali fondali oceanici.
Ismail voleva una cantante.
Aveva selezionato decine di aspiranti solo nelle ultime settimane, rendendosi effettivamente conto di quanto sarebbe stato difficile. Che fossero eleganti giovinetti dalla sanguigna voce baritonale o talentuose allieve di conservatorio, Ismail non vedeva che scimmie ammaestrate al senso comune, esperte solo in quanto la gente normalmente finge di apprezzare. Non poteva bastare ad uno come lui. Per tutta la sua vita, non aveva fatto altro che cercare il meglio con tutte le sue forze, senza mai scendere a compromessi. Non si può offrire la propria giovinezza in sacrificio, senza poi pretendere quanto di meglio il creato possa offrire.
Il ricco signore si accarezzò i lunghi capelli corvini con la mano gelida, preparandosi ad accogliere una nuova ondata di questuanti.
Tuttavia, quando la sentì, comprese che qualcosa era appena morto, dentro di lui. Una cosa che, probabilmente, non avrebbe mai più fatto ritorno.
Ma ben altro aveva già iniziato a nascere.
Una voce, sincera e profumata come il tiepido vento autunnale, si era già diffusa nella penombra della stanza, costringendo all'esilio l'oscurità che vi abitava. Ismail non aveva mai sentito nulla di simile, da quando conobbe la luce del suo primo giorno, nella povera e sperduta desolazione della sua infanzia. Non poteva fare altro che seguirla.
Mentre attraversava i placidi vicoli della città, con il suo impeccabile completo di sartoria, venne preso dalla nostalgia del passato. Era come tornato al suo arrivo a Valencia, quando sembrava che nessuno fosse in grado di vedere il piccolo emigrante, così come i suoi ambiziosi sogni di ricchezza.
Tuttavia, i viottoli oscuri e spaventosi di quella terra straniera avevano preso la forma di soleggiate strade di campagna. La sporca, rozza gente di città era divenuta luminosa, splendente come il sorriso di un Dio molto diverso dal famelico mostro che lentamente lo divorava. Il fetore del pesce lasciato marcire al sole, sui banchi del mercato vecchio, si trasformò nel profumo dell'onesto e duro lavoro, nel quale aveva sempre creduto.
La fonte di tutto quel fiume di sogni era innanzi a lui.
Tenere e sottili braccia del colore del latte parevano soffrire, sotto il peso della grossa cassa che stavano trasportando chissà dove. Lunghi capelli dorati si agitavano al vento, come un campo di orgogliosi girasoli. Dalla morbida carne delle labbra, quella melodia sinuosa ed ammaliante.
Ismail non comprese in quale esotica lingua stesse cantando la splendida creatura. Non aveva nessuna importanza un dettaglio tanto insignificante. Sapeva soltanto che doveva essere sua.
Il rumore del suo naso che si rompeva lo riportò alla realtà.
Ismail cadde a terra, battendo la testa, mentre cercava disperatamente di tappare alla fonte quella generosa cascata cremisi. Calde lacrime di dolore gli rigarono il viso.
Trovata la forza di riaprire gli occhi, non vide che il profondo, oscuro vuoto della canna di una pistola.
Un piede piccolo e delicato sul suo costoso panciotto, imbrattato di sangue.
Il volto di quell'angelo caduto dal cielo aveva assunto le sembianze del pallido teschio della morte. Come la spietata falce, il metallo della canna splendeva orribile, al torrido sole estivo.
Scarafaggi vestiti da uomini gli sciamarono intorno, come sulla gustosa carcassa di un cadavere, raschiando via dalla sua pelle scura tutto ciò che possedeva.
Afferratogli il portafoglio, si misero a saltellare allegri, come indiani selvaggi, rubandoselo a vicenda e sprizzando ovunque il verde sangue in esso contenuto.
Fecero a pezzi la sua nobiltà, strappandogli di dosso il costoso fazzoletto, gli stivali e tutto quanto poteva essere venduto, speso o scambiato.
Ismail si mise a piangere.
Era come se fosse tornato all'inizio della sua inutile avventura, quando ancora nemmeno aveva il privilegio di essere visto da chiunque non indossasse una divisa. Mentre una mano poco gentile gli tagliava i lunghi, splendidi capelli scuri, si chiese dove avrebbe trovato la forza per vivere un'altra esistenza di sacrifici. Cosa avrebbe potuto offrire, ancora, allo spietato Dio della Fortuna?
Accecato com'era dall'infantile desiderio di essere altrove, non si rese conto che quello sarebbe stato il suo ultimo sacrificio. Il suo oscuro mentore immaginario aveva già espresso inappellabile giudizio.
Ma non fu certo di fantasia il proiettile che, l'istante successivo, gli aprì in due la fronte come una mela matura.
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Vecchio 14.06.2012, 14:49
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mutt, ma hai un'esistenza assai tormentata! fatti vadere da un psicologo!!!

come diavolo fa ha scrivere di codeste cose "~"

COMUNQUE DAVVERO UN BEL RACCONTO.
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Vecchio 14.06.2012, 14:53
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Danke!
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Vecchio 14.06.2012, 19:43
GiantFelo
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come sempre e' ottimo MUtt
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Vecchio 16.06.2012, 12:17
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Sigh. Grassie...
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Vecchio 23.06.2012, 00:01
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Vecchio 23.06.2012, 02:40
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Se ti cali le mutande e ti chini a raccogliere il sapone ti faccio biondo io.
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  #8  
Vecchio 23.06.2012, 07:57
GiantFelo
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devo chiudere il topic?

state sulla retta via
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  #9  
Vecchio 23.06.2012, 10:55
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Tu dici Felo? Io ne sono lusingato... :3
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